Lo sgombero violento (non importa che l'apparato militare non abbia incontrato oppositori) di tre famiglie dallo stabile “occupato” di Salita al Fortino, ha riproposto nel modo peggiore la “questione abitativa” in città. Una questione che viene descritta come una “emergenza”, per nasconderne il carattere strutturale, il fatto di essere determinata dalla politica e dalla cultura dominanti. Dunque una emergenza ogni anno uguale a se stessa, dal 2006: stillicidio di sfratti per morosità incolpevole, graduatorie per la casa popolare affollate e inesauribili, mercato delle locazioni inaccessibile per famiglie con redditi precari.
giovedì 20 luglio 2017
domenica 5 marzo 2017
LA CITTÀ È DI CHI L’ABITA. CASA, REDDITO, DIGNITÀ.
L'idea
di resuscitare il centrosinistra cittadino, per esorcizzare i
fantasmi di una vittoria elettorale dei 5 stelle e della destra,
mettendo insieme un ceto politico che va dagli agenti dei poteri
forti, ai cascami del social/forum, passando per i se/dicenti
comunisti e riformisti, è quanto di più contraddittorio e
inverosimile si possa immaginare. Ciononostante i tentativi, qui come
altrove, si sprecano, accompagnati da una sconfortante, per non dire
inevitabile, sterilità di risultati. Tre o quattro leader che
competono tra loro, chi agitando una sorta di galateo del buon
politico, chi brandendo la propria personalità come una mazza, senza
fornire agli elettori una qualsiasi proposta di governo, uno straccio
di analisi, una agenda dei problemi da affrontare. D’altra parte,
come potrebbero, continuando ad occultare i caratteri, e sopratutto i
registi, di una crisi che non accenna a finire e di cui è vittima
ormai una larga parte della popolazione ? Viene in mente la commedia
di Fo e Rame “Tutti uniti ! Tutti insieme ! Ma scusa, quello non è
il padrone ?”
Purtroppo
non si tratta solo del profilo d’antan di questo o di quel leader,
sul quale adesso gli interessati, operano gli opportuni ritocchi, con
lo stesso disinvolto trasformismo dei loro referenti nazionali. Sono
le politiche neo-liberiste e dell'austerità, che vanno rovesciate o
almeno contrastate. E a ciò non servono mutamenti di scena tutti al
presente e un agire che ignora la forza costituente di tali
politiche. Il fatto da rimuovere, e con esso il ceto politico che ne
è stato il protagonista, è che, nell’ultimo decennio, nei
parlamenti nazionali e locali, le politiche neo-liberiste si sono
fatte legislazione, vincolo, costume, dispositivo di assoggettamento.
Cosicché oggi il mercato domina su ogni altra relazione sociale, la
disuguaglianza mina qualsiasi sviluppo, la democrazia si è corrotta.
POLITICHE URBANISTICHE
Ho
appena finito di leggere la lettera che Paolo Berdini ha inviato al
“Fatto” (integralmente sul sito del Coordinamento Asi-Est:
http://coordinamentoasti-est.blogspot.it/).
L’assessore all’Urbanistica argomenta i provvedimenti presi, a
sua firma, dalla giunta comunale di Roma. Alcuni si giustificano da
sé, come la costruzione di 3000 alloggi popolari (la
sottolineatura è mia), il ripristino delle regole per
l’affidamento degli appalti pubblici, il finanziamento di piani di
riqualificazione urbana di due periferie. Gli altri, i più discussi,
sono provvedimenti oppositivi di progetti di
trasformazione del territorio urbano, già certificati dalle giunte
precedenti o semplicemente annunciati, ma non ancora arrivati alla
fase esecutiva.
Un
esame, sia pure sommario, di tali progetti è sufficiente per avere
in totale trasparenza, sia il profilo dei committenti, sia le
finalità perseguite. Si tratta, dalla parte dei committenti, del
partito del mattone tra i più potenti del Paese. Una consorteria
di costruttori, finanzieri, proprietari fondiari, politici e
giornalisti di primo piano che, pur trovando nel corso dei decenni
dei fieri antagonisti, i sindaci Petroselli e Argan per esempio,
tiene tutt’ora in mano il diritto ad edificare la città. Si
tratta, dalla parte delle finalità, di un agire predatorio, che non
risparmia beni comuni e interessi pubblici.
lunedì 13 febbraio 2017
PALAZZINARI ED ALTRO
(di
Paolo Berdini* – Il Fatto Quotidiano) – Caro direttore, da
mercoledì scorso sono sottoposto a una criminosa macchina del fango
che non riuscirà a scalfire di un millimetro una vita dedicata alla
difesa della legalità e del bene comune. Una vita spesa in battaglie
che rifarei non cento, ma mille volte, per rendere le nostre città
più umane e giuste.
Oggi sono di fronte a un accanimento mediatico
senza precedenti. E c’è un perché: la posta in gioco è alta e si
chiama Stadio di Tor di Valle. Insieme a una complessiva azione di
rientro nella legalità che la giunta Raggi, seppur tra incertezze e
inadeguatezze, ha portato avanti finora.
1. Parto dalle incertezze e inadeguatezze che ho
più volte pubblicamente denunciato. Nessuno di noi pensava di dover
affrontare ostacoli così giganteschi. Eravamo stati messi
sull’avviso da una breve, quanto incisiva, relazione del prefetto
Tronca: assenza di regole nel governo del territorio, lavori pubblici
milionari affidati impunemente a imprese amiche. Ma la realtà è
stata superiore ad ogni previsione. Decine le deliberazioni avviate
in precedenza e viziate da pesanti ombre e interrogativi.
giovedì 22 dicembre 2016
UN'ALTRA NARRAZIONE
Alcuni
militanti del Coordinamento, incluso chi scrive, insieme a dodici
famiglie sfrattate senza alternativa abitativa, hanno “occupato”
nel lontano 2010, l’edificio della ex mutua di via Orfanotrofio.
L'idea di fare un uso sociale di un edificio di proprietà pubblica,
vuoto da quattro anni, è stata realizzata, scontando denunce e
processi (ancora aperti), al prezzo di un rapporto mai risolto con i
direttori dell’Asl e con i sindaci della città. Un rapporto che
questi ultimi hanno sempre tento sull’orlo di una drammatizzazione.
Un dispositivo di controllo, a ben vedere. Cosi sono venute le
ordinanze di sgombero non eseguite ma brandite come una clava, le
residenze prima negate poi concesse, l’accesso ai servizi sempre
negoziato (in ultimo negato quello all’energia elettrica), la
sistematica e strumentale confusione tra aspetti sociali e aspetti
giudiziari della “occupazione”.
venerdì 18 novembre 2016
CHE FARE, PER DARE UNA RAGIONE ALL'INQUIETUDINE.
Va
detto che nello scenario sociale e politico delle città
medio-grandi, non c'è alcun segno che mostri un venir meno della
cosiddetta “emergenza abitativa”. A prescindere dalle
analisi degli osservatori e dei soggetti sociali coinvolti, a
prescindere dalle potenzialità politiche del “movimento”, il
report periodico del Ministero degli Interni nonché i dati forniti
dalla locale Prefettura, mostrano che lo stillicidio degli sfratti
per morosità non si è fermato ma continua, con variazioni di
intensità, su tutto il territorio nazionale. Siamo dunque di fronte
ad un bisogno abitativo sempre più insoddisfatto. Dunque il problema
sociale in sé permane, semmai è diventato meno trasparente perché
il malessere che lo accompagna, sempre più costretto nella
dimensione privata, si risolve o si trasferisce lungo canali sociali
al momento difficilmente esplorabili. Due sono le cause, come
vedremo più da vicino, che hanno determinato questo stato di cose.
La sterilità politica del “movimento” e le politiche
filantropiche e di riduzione del danno, così estese e
istituzionalizzate (enti pubblici e il cosiddetto privato-sociale) da
funzionare, nei confronti della parte di popolazione “fuori
mercato” (ma non per questo esclusa dalle pratiche predatore del
capitale finanziario), come un dispositivo di assoggettamento.
Non c'è dunque nulla di pacificato, soprattutto perché le cause
strutturali dell'emergenza non sono rimosse e rimandano, come in un
caleidoscopio, agli altri aspetti della presente “crisi”, ben
radicati nelle contraddizioni del mercato e del capitale finanziario:
la precarietà dei redditi e, nelle realtà urbane, un
assetto della proprietà immobiliare incompatibile con l'esercizio
dei più elementari diritti di cittadinanza. La realtà è sempre
più quella riassunta nello slogan “famiglie senza casa e case
senza famiglie”. Addosso a questa realtà urbana e in assenza di
conflitti politicamente forti, si sviluppano altre pratiche
mercantili, variamente localizzate e definite - la gentrificazione,
la monocultura, i quartieri fortezza, il social housing - che
orientano lo scenario urbano secondo le dinamiche del profitto e
della rendita. Vale a dire, la città non è più di chi l'abita,
non è più il luogo che accredita diritti e si riconosce in una
comunità.
sabato 5 novembre 2016
CHI COMPRA CHI
Ancora
una volta i giornali annunciano un possibile acquirente dell'edificio
di via Orfanotrofio e ancora una volta la notizia è accompagnata
dall'assoluto silenzio sulla presenza nello stesso edificio da dodici
famiglie, che vi domiciliano da sei anni, dopo averlo “occupato”
perché sfrattate senza alternativa abitativa.
Nel
frattempo sono andate deserte due aste pubbliche, due sindaci hanno
fatto pervenire una ordinanza di sgombero ciascuno, l'associazione
che ha accompagnato le famiglie in questo percorso “fuori legge”
ha aperto quell'edificio all'interesse della città. Così, decine di
iniziative pubbliche condotte dal “collettivo della ex mutua” e
dal Coordinamento Asti-Est hanno provato ad accreditare un progetto
di recupero che tenesse insieme il diritto all'abitare delle famiglie
“occupanti”, il proposito di sottrarre alla speculazione
immobiliare un edificio di proprietà pubblica, l'idea di
ricongiungere la storia dello stesso edificio alla “casa dei
metallurgici” che era stato negli anni 20, prima che i fascisti
decidessero di sottrarlo a quell'uso.
Tutte
azioni che hanno mancato il loro scopo, non solo ignorate dagli enti
pubblici, in primis l'Assessorato ai Servizi Sociali e la Questura,
ma prese a pretesto per negare la legittimità della “occupazione”,
contenerla nel recinto di una legalità senza principi, ridotta a
puro riflesso d'ordine, impedire che le famiglie “occupanti”
fossero riconosciute, attorno a quel progetto, un interlocutore
collettivo, portatore di diritti di cittadinanza.
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