sabato 26 dicembre 2009

L'ELOGIO DEL CRIMINE


Qualche tempo fa, un periodico cittadino ha pubblicato le foto di alcuni ragazzi arrestati per furto di rame, accompagnandole da brevissime note biografiche e da una descrizione succinta dell'azione “criminosa”. Foto probabilmente scattate in questura, espressioni fredde, stranianti, volti quasi irriconoscibili. Solo uno conservava l'espressione abituale, intelligente e beffarda di persona libera. C'era di mezzo anche un imprenditore che lavorava per un ente pubblico. Con i rifiuti speciali smaltiva anche il prezioso metallo rosso.
Classiche colonne di “cronaca nera”, scrittura impersonale ma fatta apposta per cogliere i nessi tra persone, ruoli, situazioni. Dunque, ente pubblico, facciamo un circoletto; imprenditore, altro circoletto; manovalanza dal profilo contrattuale assolutamente incerto, altro circoletto. Nessi della “modernità”, che si intrecciano attorno a merci/valori di scambio, non conoscendo, queste ultime, confini tra il lecito e l'illecito. I soldi non hanno anima si dice, non è mai stato così vero. Stando alla cronaca, i rifiuti speciali detengono primati che li avvicinano alle armi e alla droga, più sono tossici, più sono messi al bando, e più sono oggetto di mercato. Ma il rame ?
Le quotazioni sono in ascesa da anni, spinte dalla richiesta delle industrie cinesi, dagli scioperi dei minatori del Perù, e dagli stessi investitori che scelgono il rame anziché l'oro. 8000 dollari per tonnellata, quindi circa 8 dollari al chilo, cioè' circa 6.15 euro, ma in giro si dice che vale anche 10 euro al Kg. In Italia il settore dei semilavorati del rame conta 20 aziende, oltre 5mila lavoratori, un miliardo di euro di fatturato. Quasi la metà del metallo viene dal riciclo dei rottami, di computer, elettrodomestici e fili elettrici. All termine della filiera di raccolta e stoccaggio, diciamo sulla soglia delle fabbriche, il metallo ha la patente del lecito, ma prima ?
Ognuno è responsabile delle proprie azioni, certo. Però, quando il mercato illegale marcia alla grande, come in questo caso, significa che le condizioni di scambio sono garantite da merce/forza lavoro a basso prezzo. Ci sono troppe persone senza diritti, con poche occasioni di lavoro regolarmente retribuito, prive dei redditi per vivere dignitosamente, perchè non approfittarne ? Infatti, a Napoli la polizia ha sequestrato cavi per un milione di euro pronti a partire per la Cina, episodi analoghi sono accaduti anche a Torino e Bari. A Roma, tonnellate di cavi elettrici sono stati sequestrati in un casale abbandonato di Ponte di Nona. Un po' ovunque in Europa si sono moltiplicati i furti di cavi di rame delle reti telefonica e ferroviaria. Gli abitanti di due villaggi nella Francia orientale hanno subito un blackout telefonico per alcuni giorni dopo il furto di 550 metri di filo ramato, all'indomani di un altro furto che aveva causato gravi disagi al traffico delle linee ferroviarie del tratto Parigi-Bordeaux.
In questi nessi le responsabilità di quei ragazzi sbiadiscono, ma il loro ruolo sociale si ingigantisce, a loro insaputa. Si accrescono anche le responsabilità di chi crede, noi compresi, di stare dalla parte “giusta”. Loro adesso sono in galera ma il settore dei semilavorati del rame tira a più non posso, anche per merito loro. Protagonisti minori di uno scambio di servizi in cui gli uni si servono degli altri, cinicamente e opportunisticamente come in un classico rapporto mercantile. A loro è toccata la parte più scomoda, quella più rischiosa, quella che forse richiede più coraggio, più inventiva e capacità di mettersi in gioco.
A ben vedere, l'esito del vivere, quello delle persone in carne ed ossa, con il loro carico di bisogni, desideri e affetti, da una parte e dall'altra, dipende assai più dal rapporto con “la proprietà”, piuttosto che da libere e razionali scelte personali. Io sono certo che sia così. Ma anche solo il sospetto che sia così, dovrebbe indurre alla riflessione. Perché le eccessive differenze sociali, c'è chi possiede tutto e chi non possiede nulla, suonano sempre come una minaccia al vivere civile.
Conosco personalmente alcuni di questi ragazzi, con uno di loro ho fatto una “occupazione” di un alloggio del Comune, con un altro ho condiviso le vicissitudini di una società di calcio amatoriale, lui bravissimo nel gioco. Frequentatori più o meno abituali degli sportelli dei Servizi Sociali, sono assegnatari atc, canone “area dell’accesso – fascia di protezione”, vale a dire canone minimo. Morosi colpevoli e poveri per colpa loro, devianti. Definizioni in cui loro giustamente non si riconoscono, definizioni di una sociologia escludente. Alcuni hanno famiglia. Incontro le loro mogli alla coop, dignitose e riservate. In queste circostanze sono attivissime, l'avvocato, le visite al carcere, i piccoli lavori in nero per sopravvivere, hanno figli vivacissimi che per lo più portano nomi dei personaggi dell'intrattenimento televisivo, Una piccola civetteria, in un comportamento normalmente e necessariamente privo di finzioni.
Invece, dalla parte “giusta” della società, per chi possiede un ricco conto in banca, meglio ancora una qualunque attività finanziaria o imprenditoriale, le finzioni sono la norma. In questi tempi di crisi, i banchieri, i dirigenti di banche, società di assicurazioni e di capitali, possono essere i responsabili di disastri sociali e al tempo stesso possono essere assolti, promossi e indennizzati dei loro “crimini”. Le loro devianze sono quasi sempre risolte con cautela, discrezione e con tutta l'attenzione necessaria per evitare che le loro vittime suonino l'allarme sociale. In altri tempi: le campane a martello, i forconi e le picche, l'incendio degli uffici delle imposte.
A tutti quei ragazzi auguriamo un veloce ritorno a casa.




IL PALAZZONE ATC DI VIA MALTA E LA MATERNITA'
La mia amica Valeria afferma che il palazzone senza balconi all'esterno, con l'ingresso al cortile in via Malta, “è come la casbah”. Il paragone calza solo in parte ma è confermato dalle definizioni che i dizionari danno di quella conformazione urbanistica araba. Quartieri interni alla città, fortificati e abitati dalla parte più povera della popolazione.
Quel palazzone è accartocciato su se stesso proprio come una fortificazione. Sono centoventi alloggi, uno sull'altro, che si affacciano su un cortile interno affollato di auto e di cassonetti dell'immondizia. Non c'è una traccia di verde, solo un battuto di cemento sconnesso che converge sulle grate in ferro dei pozzetti dell'acqua piovana. Per raggiungere i tre gradini in pietra di uno degli ingressi alle scale bisogna passare di lì, misurando bene ai passi, tra un ostacolo e l'altro.
Visti dall'alto dei balconi interni, quegli ingressi sembrano i passaggi ad una piazza. Nella bella stagione e nei pomeriggi sono in ombra mentre il resto del cortile è illuminato e arroventato dal sole. Seduti sui gradini o in piccoli capannelli, è li che si danno appuntamento donne e bambini, sfaccendati, fumatori e naufraghi della vita.
E' pur sempre vita, anche se manca il colore, la vivacità e la leggerezza dei visitatori occasionali o degli abituali espositori di mercanzie che fanno della casbah una meta. In quel palazzone/fortezza invece non ci va nessuno, salvo i parenti degli inquilini, i funzionari dell'atc e del Comune e le famiglie che non possono sottrarsi in altro modo alla minaccia di finire in strada. Tutti se ne vogliono andare alla prima occasione, i cambi alloggio con inquilini atc che stanno altrove sono rarissimi, chi ha acquistato subaffitta.
Qualche volta qualcuno da di testa oppure sfoga con il vicino più prossimo il proprio malessere. Allora arriva la polizia, ma è tutto come in un laboratorio in cui si misura il grado di resistenza umana in un ambiente ostile; è tutto prevedibile e scontato.
Di notte, su quel battuto di cemento, i ratti tracciano la mappa dei loro insani desideri, mettono alla prova le loro strategie alimentari. L'odore dei rifiuti, che è intensissimo, li anima in rapide, circospette e speranzose incursioni, dai pozzetti ai cassonetti e ritorno. Le subitanee attese in cui si irrigidiscono al minimo rumore, annullano gli spazi e dilatano i tempi, proprio come in un incubo.
Gli stessi pozzetti sono popolati dall'esercito di blatte che nelle ore piccole prende d'assalto le condotte dell'acqua e degli scarichi. Una salita che si ripete ogni notte e rende ancora più inquieta l'insonnia e amaro il risveglio degli abitanti. Una inarrestabile marea, un brusio vero o immaginato, scarafaggi in neri mantelli che si muovono invisibili. Oppure si arrestano, immobili estenuati ed esposti a tutte le offese, appena un pallore di luce, di sole o di abatjour, li rende visibili. Uno scenario surreale, che non concede nessuna tenerezza, solo schifo e ripulsa.
Gli errori e i lati oscuri della vita di ognuno possono trovare in questo luogo un perfezionamento. Storie di condanne mai pronunciate che però si adempiono per la forza delle circostanze. Il normale malessere sociale, costretto tra queste mura, tradisce i migliori sentimenti, la voglia e la necessità di cambiare solo qualche volta ispirano azioni liberatorie, più facilmente mutano in rancore sordo verso il vicino che sta peggio.
I segni della vetustà e dell'incuria balzano subito all'occhio, molto più dei tentativi di porvi rimedio che pure ci sono, qualche scala è pulita, qualche intonaco rifatto, non tutti i balconi sono ripostigli, qua e là si vede qualche vaso di fiori. Ma l'impressione generale è sgradevole, l'odore è di segregazione. Il pavimento del cortile è sconnesso e durante i temporali di pioggia si riempie di pozzanghere, le pareti di molte scale hanno il colore dell'intonaco che sfarina e la graniglia dei pianerottoli è impastata di sporcizia. Le cantine, senza averle viste, si immaginano umide, usate come discariche oppure come magazzini di oggetti destinati ad essere dimenticati o di merci da sottrarre a pubblici inventari.
La proprietà dello stabile è divisa tra l'atc e un certo numero di inquilini che hanno acquistato l'alloggio. La circostanza non favorisce l'affermarsi di un principio d'ordine, meno che mai estetico, rende complicata e spesso paralizza qualsiasi seria attività di amministrazione. E' un altro frutto velenoso, anzi velenosissimo, delle privatizzazioni, perché ha reso ancora più rancorose e non collaborative le relazioni tra inquilini.
Tra questi ultimi ci sono indubbiamente quelli che si lasciano andare al peggio e non si sottraggono al fascino oscuro del luogo, però, con la rinuncia alla proprietà pubblica dell'intero stabile, è venuta meno un'altra (oltre quella strutturale) delle condizioni necessarie per fare esperienze positive di vita in comune. In questo luogo, così fatto, le riunioni, le assemblee e le feste, sono azioni difficilmente agibili e i legami sociali tra inquilini e famiglie sono continuamente a rischio.
In questi giorni architetti e cittadini che hanno a cuore la loro città hanno preso la parola contro l'abbattimento dell'edificio della Maternità. Hanno detto che quell'edificio è il luogo di memorie e storie ampiamente condivise, la testimonianza di un progresso sociale a cui hanno concorso in molti, tutti con una idea di bene pubblico, con uno slancio di morale civica.
Bene, con le stesse intenzioni, e con le stesse visioni dei protagonisti di allora, si potrebbe discutere oggi dell'abbattimento del palazzone/fortezza di via Malta; un luogo che, a differenza della Maternità storica, distrugge la coscienza di sé dei singoli e il senso di una dignitosa vita civile.

lunedì 6 luglio 2009

LA GUERRA TRA POVERI E' GIA' IN ATTO !!

Può accadere che un egiziano, operaio di una azienda che monta ponteggi, sia colpito da disoccupazione, minacciato di sfratto e in queste condizioni sia indotto a cavarsela da solo. Allo stato delle presenti relazioni pubbliche e private, per lui non è facile, è padre di famiglia e ha due figli, il più grande frequenta la Baracca, il più piccolo è iscritto all'asilo nido per il prossimo settembre, devono pur mangiare. Inoltre ha un problema di troppo, di cui parla con discrezione, la moglie e uno dei figli sono malfermi di salute.
Non era questo esito che si aspettava, dopo un periodo di relativo benessere, il contratto d'affitto onorato dal 2002, con canone di 280 euro/mese più le spese condominiali, la richiesta di cittadinanza italiana già alla firma del Presidente della Repubblica, gli attestati di stima delle molte persone che ha conosciuto.
Apprende suo malgrado che arrampicandosi pericolosamente su piani in ferro da lui stesso montati, da lui stesso resi sicuri al passo, ha solo contribuito a far salire il valore di mercato di alcuni immobili, ha soddisfatto la sete di rendita di quanti hanno accumulato fortune vendendo case e alloggi. Che abbia garantito così anche il benessere di moglie e figli, che i figli nati qui saranno la prossima generazione di cittadini italiani, sono tutte circostanze accidentali, che non interessano nessuno.
Prova a cavarsela da solo senza protestare alcun diritto. Qualche lavoro in nero se lo procura o gli viene offerto, i lavori manuali non lo spaventano, sa fare il muratore e il contadino. Trova la solidarietà di parenti ed amici, le buone relazioni per tutelare la coesione della sua famiglia per adesso non gli sono mancate. Gli torna utile anche la filantropia dei Servizi Sociali, l'autobus e la mensa per i figli che vanno a scuola sono “a gratis”. Insomma, il pane quotidiano non gli manca ma non riesce a pagare l'affitto.
Allo sportello della nostra associazione lo aiutiamo a comporre la domanda per l'accesso al bando ATC. Certifichiamo che il requisito della cittadinanza, impropriamente declinato dalla legge regionale in tre anni di residenza e lavoro regolarmente retribuito, gli manca, che detto requisito contrasta con leggi nazionali e europee, chiediamo che la domanda pervenga alla commissione e sia valutata in quella sede, in modo che della eventuale, assai probabile, esclusione dal bando resti una traccia. Che l'ingiustizia sia almeno annotata, nero su bianco.
Componiamo l'istruttoria del suo caso, andiamo a trovarlo a casa per conoscerlo meglio. Il figlio maggiore è a scuola, il più piccolo è elettrizzato dalla nostra presenza, sfugge al controllo della madre, sale su un comodino della camera da letto, cade, strilli a non finire, accorriamo tutti. In braccio alla madre è presto consolato, noi siano un po' in imbarazzo ma poi accettiamo un caffè e ci sentiamo più liberi di guardarci attorno.
Un arredo essenziale, nessuna traccia di consumi superflui, confezioni di cibo e bevande acquistate ai discount, la televisione c'è ed è accesa su una emittente araba, un appartamento che definiremmo spoglio ma che loro riempiono con l'urgenza di sottrarsi alla minaccia dello sfratto, con la fiducia che ci accordano, con le risposte alla nostra curiosità di saperne di più della loro vita qui e in Egitto, con le esitazioni di una conversazione condotta in una lingua che appena conoscono.
Mandiamo in assessorato la nostra istruttoria con la richiesta di un incontro. Il nostro amico egiziano ci va accompagnato da Nadia, una interprete araba. L'assessore ai Servizi Sociali gli propone una incivile alternativa: può tornarsene in Egitto con tutta la famiglia, il biglietto di sola andata pagato dall'amministrazione, e “tornare quando qui la crisi è passata”. Oppure, può rimanere tentando di cavarsela da solo, con la famiglia ospitata a spese dell'amministrazione in un centro di accoglienza, lui separato dalla famiglia in un dormitorio pubblico. Il nostro amico egiziano è sconcertato, l'interprete indignata.
Quando arriva il giorno dell'esecuzione ci troviamo tutti lì, sotto casa. I volontari dell'associazione con striscioni e cartelli, l'amministratore, gli avvocati, amici e parenti degli inquilini, donne a bambini. Sorpresa, apprendiamo che un'altra famiglia, che alloggia nello stesso stabile sta subendo uno sfratto esecutivo. Si uniscono a noi, padre e madre di due bambini. I due alloggi sono di un unico proprietario e quest'ultimo è disposto a concedere un rinvio ma vuole un indennizzo. Anche gli avvocati della proprietà, che stimano quegli inquilini, non sono favorevoli ad uno sgombero forzato. I funzionari dell'assessorato cambiano idea e giudicano il rinvio degli sfratti molto meno oneroso della ospitalità per due famiglie. Quando arriva l'ufficiale giudiziario il rinvio al'8 di settembre è già stato concordato per telefono, l'assessorato ha indennizzato il proprietario con mille euro per famiglia.
Ma a settembre cosa accadrà ? Ce lo chiediamo tutti mentre il rito si compie, il verbale viene completato, gli interessati mettono le firme. L'ufficiale giudiziario ammonisce, perentorio: “Non vi mando altri avvisi, alla scadenza arrivo con il falegname e la forza pubblica”. I capi famiglia sono invitati a presentarsi subito in assessorato. Ci assegnano una casa ? Li invitiamo a non essere così ottimisti. Ci diranno di aver ricevuto solo degli ammonimenti. “Cercatevi un lavoro, l'unico modo di avere una casa è di trovarla sul mercato libero dei canoni, noi vi garantiamo l'avvio alla locazione, case popolari non ce ne sono”. Ormai è un ritornello che conosciamo.
Qualche giorno dopo, l'associazione presiede una riunione di altri invisibili, i piccoli raccoglitori di ferro. La riunione è finita. “Bisogna pur campare” è la conclusione di una lunga discussione. Leggi complicatissime e severissime, scritte per tutelare l'ambiente ma anche per togliere tutti “i piccoli” dal mercato dei rottami ferrosi.
Può accadere che uno di loro, padre di famiglia con due minori, dopo aver subito uno sfratto sia ospite in casa di conoscenti. Nello stesso alloggio di due camere e servizi domiciliano due nuclei familiari, quattro adulti e cinque minori, questi ultimi non ancora in età scolare. Per la notte montano le brande in cucina. In queste condizioni anche l'amicizia più solida è messa a dura prova. A luglio se ne deve andare, questi sono i patti.
Non sa dove potrà andare. Ci ricorda di essere già stato all'associazione. Non ce lo siamo dimenticato, ripercorriamo insieme le tappe di un percorso già fatto. L'istruttoria inviata all'assessorato, la richiesta di un incontro, l'incontro avvenuto e concluso con la stessa proposta fatta al nostro amico egiziano, stesso rispetto per i legami familiari, stessi ammonimenti. Ci fa l'ipotesi di occupare un alloggio di erp, si aspetta una conferma da parte nostra.
Se lui lo decide lo sosteniamo ma gli precisiamo che sono gli alloggi di proprietà delle immobiliari che dovrebbero essere occupati, ce ne sono migliaia in città, vuoti. Gli spieghiamo qual'è il contesto sociale del suo problema e la necessità di riappropriarci del maltolto. La disponibilità di alloggi popolari è minima rispetto ad una domanda sempre maggiore, un divario incolmabile. Gli ricordiamo le tappe legislative dell'azzeramento di una politica della casa popolare, l'abolizione della gescal, seguita dall'abolizione dell'equo canone, infine la privatizzazione del patrimonio abitativo degli enti pubblici. La scelta, rivelatasi fallimentare di consegnare al mercato il bisogno abitativo.
La pedagogia dell'associazione lo riduce al silenzio ma il rovello è sempre lo stesso, a luglio non saprà dove andare. Gli proponiamo di partecipare alla riunione con gli inquilini degli “alloggi parcheggio” che abbiamo già convocato. Gli spieghiamo che quelle assegnazioni non hanno alcuna trasparenza, sono fatte, rinnovate o chiuse in discrezione quasi assoluta. In questo modo, senza mettere nero su bianco e senza la bussola delle condizioni sociali degli inquilini, si tradisce lo spirito solidaristico e di tutela sociale della legge, si accresce il danno sociale di situazioni familiari già precarie. Alla riunione non l'abbiamo visto.
Bisogna evitare il conflitto tra poveri. E' il nostro ritornello. Le azioni utili sono quelle che uniscono in una richiesta pubblica tutte le persone con lo stesso problema. Quando il problema è sociale ci vuole una soluzione per tutti. Insistiamo. Se il problema tocca i bisogni primari delle persone, e il bisogno di abitare è uno dei quelli, la risposta non può essere il clientelismo e nemmeno la filantropia, che può valere solo per alcuni e che alla lunga deresponsabilizza e nasconde la natura sociale del problema. Hanno aperto il bando atc senza avere nel biennio la disponibilità di alloggi di nuova costruzione. Abbiamo il sospetto che vogliano liberare gli “alloggi parcheggio” per far funzionare in qualche modo la nuova, affollatissima, graduatoria, o peggio, per avvicendare in quegli alloggi le famiglie in emergenza abitativa, a prescindere dalle loro condizioni sociali.
Ci sta a sentire, ci dice che abbiamo ragione ma insiste, lui deve trovare una soluzione per il prossimo mese. Aggiunge a questa sua urgenza il racconto di quel che ha fatto. Si è rivolto a suoi amici nelle istituzioni, ne fa i nomi, stranoti, aspetta da loro una risposta. Pensa che il loro interessamento possa mutare l'atteggiamento dell'assessorato e che una casa popolare alla fine possa saltar fuori. Lo stiamo ad ascoltare. Ci comunica infine in modo perentorio, una sua convinzione. “La casa la danno agli stranieri, nel quartiere dei tetti blu sono quasi tutti di loro, non è giusto”.
A questo punto siamo estenuati e azzittiti, ci rimane solo il corso dei nostri pensieri. Il problema della casa colpisce lui, in tutta la sua urgenza e drammaticità ma la solitudine colpisce noi e indirettamente tutte le persone che dovranno arrangiarsi da sole per risolvere il loro problema abitativo, che dovranno subire in silenzio coabitazioni, sovraffollamenti, domicili di fortuna e sfratti.
Perché i nostri argomenti restano senza eco ? Perché il senso di giustizia che ci accomuna a questo padre di famiglia, che ci fa simpatizzare, noi e lui, è accompagnato da una radicale diversità di vedute e di consapevolezza ? Una risposta ce l'abbiamo. La generale complicità all'idea che il mercato possa dare risposta a tutti i problemi. Enti, istituzioni, tutti con questa fissa, sono loro tra i principali responsabili di questa dissonanza tra aspettative e realtà vissuta, di questi comportamenti che sono l'antitesi della solidarietà sociale. La guerra tra poveri è già in atto.




lunedì 22 giugno 2009

I SOMMERSI E I SALVATI

La famiglia di Simon ha già fatto l'esperienza della comunità alloggio. Per anni è filato tutto liscio, condizione imprescindibile un lavoro retribuito, anche se modesto e intermittente. Poi questa condizione è venuta meno, per ragioni di mercato. Si è fidato del suo imprenditore, un capocantiere molto noto in città, che per qualche mese gli ha pagato un regolare salario da muratore, poi l'ha fatto lavorare con la promessa di pagarlo. Simon si è rivolto al sindacato, quest'ultimo ha aperto una vertenza per seimila euro di salario non pagato. La vertenza è ancora aperta, quei soldi Simon non li ha ancora visti.


Quando si deve campare con moglie e figli il costo del cibo lo si sottrae all'affitto. Il padrone di casa per quanto tollerante prima o poi affida ad un avvocato il suo tornaconto. Arriva la convocazione del giudice, prima i termini di grazia poi la conferma dello sfratto per morosità, l'esecuzione. I rapporti mercantili si regolano così, con il cinismo necessario per “non perderci”. A Simon è accaduto questo e il seguito, cioè il richiesto intervento dei Servizi Sociali, è stato un discutibile, e purtroppo frequente, esercizio di tutela dei minori, vale a dire la moglie e i figli in una comunità alloggio, Simon che si arrangiasse.
Un intervento per ridurre il danno all'incontrario, una vera minaccia ai legami familiari che sconta la mancanza in città di una comunità alloggio per famiglie. Il welfare è costoso, richiede soldi e professionalità e un contesto culturale adeguato. Adesso non c'è nulla di tutto questo anzi, “se sei povero è colpa tua e le tutele le considero azzardi morali. Devi farcela da solo.” Possono essere le parole di un qualunque funzionario del Comune.
Con moglie e figli ospitati in una comunità di Frinco, Simon si è arrangiato e per due mesi ha dormito sotto una serra, un riparo dalla pioggia offerto da un amico agricoltore. Quando la sua emergenza abitativa è stata finalmente riconosciuta ha avuto in assegnazione provvisoria l'alloggio di via Malta. Una camera e servizi per quattro persone, da quel momento Simon ha sempre dormito su una branda in cucina, ha dovuto calcolare quante volte usare l'acqua calda, ha dovuto centellinare su tutto, al gas di città ha preferito la bombola, insomma ha tenuto i consumi sotto controllo. Ha sperato, incautamente, che quella assegnazione diventasse in qualche modo definitiva. In fin dei conti ha sempre pagato regolarmente il canone e le spese, una cifra modesta 70 euro/mese circa, proporzionata ai suoi redditi. D'altra parte non avrebbe potuto permettersi di più. Il salario che percepiva dalla cooperativa “Senza Confini” era troppo basso per consentirgli l'accesso al mercato delle locazioni. Percepisce ancora quel salario, con un contratto che si chiude a luglio, dai Servizi Sociali ha ottenuto la mensa scolastica e i trasporti gratis per i figli. La cooperativa lavora per il Comune alle aree verdi e questa circostanza da esattamente l'idea di una persona che viene usata per finalità che gli sono completamente estranee.
Un caso come tanti altri, una famiglia che può soddisfare il proprio bisogno abitativo solo con una casa popolare. Simon vede il suo problema, vive con ansia il rischio di perdere l'alloggio che abita, condivide con la moglie quest'ansia. Capisce che vogliamo aiutarlo, immagina che il nostro aiuto possa essere risolutivo. Gli proponiamo un percorso da fare insieme, noi, lui e gli altri che hanno il suo stesso problema. Cerchiamo di fargli capire che la filantropia o il clientelismo possono essere la soluzione per qualche famiglia, non per tutte. Se l'abitare è un diritto, dobbiamo esigerlo per tutti. E' con questo spirito che organizziamo il presidio, per fare dell'appuntamento con l'ufficiale giudiziario un evento di denuncia pubblica, per stringere d'appresso i funzionari degli enti, per opporci anche fisicamente allo sgombero. Lo sgombero è un evento drammatico e chi lo esegue preferirebbe farlo senza testimoni, perchè mostra quale esercito si muove a difesa della proprietà fino a negare il diritto all'esistenza, quanti ruoli si confermano come nemici delle persone, quanto falso moralismo e quanta ipocrisia fanno da velo ai rapporti mercantili.
Alle otto e mezza siamo al 35 di via Malta. Io Simon e un vicino di casa di Simon, conosciuto in queste circostanze, anche lui assegnatario di un alloggio parcheggio. Le case popolari di via Malta sono un tozzo edificio a quadrilatero, avvolto su se stesso e intorno ad un cortile affollato di auto, di contenitori per la raccolta differenziata dei rifiuti. Nelle ore serali e di notte è popolato di topi e di persone naufraghe della vita. Insomma, il peggio delle case popolari di Asti con poca manutenzione e con vistosi segni di degrado. Sia l'architettura che la composizione sociale sembrano fatte apposta per sperimentare ogni forma di marginalità, e renderla irrecuperabile. Insomma, la cosa giusta sarebbe demolire l'intero fabbricato.
Aspettiamo per un pò l'arrivo degli altri volenterosi, quelli che avevamo chiamato all'appuntamento con una riunione fatta qualche giorno prima. Arrivano alla spicciolata, Egle, Luca, Idris con i suoi compagni di Villafranca, poi Michele. Appendiamo lo striscione al balcone, terzo piano, vista sul cortile, dice che “la casa è un diritto”. Mi viene in mente che nella stessa scala, forse allo stesso piano avevamo già contrastato fisicamente uno sfratto. Arriva Roberta, scrive un testo di solidarietà e vorrebbe farlo sottoscrivere. E' loquacissima e informatissima. C'è una urgenza in quello che dice e fa che tradisce un malessere che gli conosco. Non è il momento di parlarne. “Ti ricordi Petruzzelli ?” Eravamo un bel mucchio compatto, a tenerci per le braccia contro la porta di ingresso per impedire che gli sbirri la aprissero e agguantassero l'inquilino Petruzzelli. Il piccolo pianerottolo era tutto occupato fin sulle scale della rampa a salire e della rampa a scendere. C'erano molte donne del quartiere, incazzate e con l'invettiva facile. Insomma quel mattino, verso mezzogiorno, il cortile era affollato di auto della polizia, la digos e i carabinieri. Poi se ne sono andati tutti, eravamo contenti di aver vinto. Sono tornati la mattina dopo all'alba, quando nel cortile c'erano sono solo i topi.I vicini hanno notato lo striscione e la nostra presenza. Qualcuno che già conosciamo si avvicina, altri ci salutano dal balcone, hanno la stessa nostra memoria. “Cosa fate qui ? Sfrattano una famiglia !!" Diamo spiegazioni e diciamo la nostra pedagogia. "Ciao Carlo”, non ricordo chi sia, non è giovane, le linee del volto marcatissime, ricambio il saluto con un tocco sulla spalla, “bisognerebbe menare” gli dico, annuisce, ci siamo capiti anche questa volta. Arriva il fotografo, Costante, fa le foto del balcone affollato. Arriva la giornalista, Daniela, sale in casa, simpatizza con i bambini come sempre. Intervista Simon e lui le racconta tutta la storia. Il fotografo e la giornalista se ne vanno.Intanto le ore passano e ci domandiamo perché tardano tanto. Arriva qualcuno con un foglio in mano, ce lo mostra. Ha impresso in alto a destra il logo dell'atc, sotto c'è l'indirizzo di Simon, l'ora di un appuntamento, le 12 e 30, e una istruzione, cambiare la serratura della porta di ingresso. E' il fabbro che accompagna i funzionari dello sgombero. La sua presenza non è certo tranquillizzante, ha la stessa faccia di Simon, la sessa espressione mite e onesta, parla la sua lingua, come lui sta facendo un lavoro per campare e che in quel momento non farebbe.Faccio due telefonate, prima ad un funzionario del Comune poi ad uno dell'atc per capire che intenzioni hanno. Lo sforzo che faccio per essere dialogante mi costa parecchio, ho il battito cardiaco accelerato. Pronuncio frasi di cortesia che corrono via sull'etere, non so se dall'altra parte si accorgono che sono velenose come il bacio di giuda. Corre anche il mio immaginario, in folle tumultuose armate di forconi che travolgono i bastioni dell'ingiustizia. Dal Comune mi dicono che loro non saranno presenti. “Fatemi capire, state mettendo l'ufficiale giudiziario nelle condizioni di dover rinviare lo sfratto ?” La risposta è una mezza ammissione. Dall'atc ci dicono di essere intenzionati ad eseguire lo sfratto e ci fanno notare che l'inquilino è moroso di 350 euro. “Simon, dicono che sei moroso di 350 euro”. Ci spiega che 200 li ha già pagati, ha la ricevuta ma non compaiono nei conti dell'atc perché i tempi burocratici dell'Agenzia e dell'amministratore non sono sovrapposti.Riferisco agli altri. L'impressione di tutti è che stanno facendo a scaricabarile e stanno mettendo in scena il relativo copione. Li aspettiamo, siamo tutti nell'alloggio di Simon, alcuni in osservazione dal balcone. Alle 12, 30 arrivano due impiegate dell'atc. Le osserviamo dall'alto subire l'impatto di due inquilini che approfittano della loro presenza per dolersi di ogni cosa. E il fabbro che fine ha fatto ? Dopo mezz'ora arriva l'ufficiale giudiziario. Lo conosciamo, è una persona rigorosa, che sa quel che fa. Presentazioni e strette di mano. Intuiamo che ha il telefonino scarico perché prende quello che gli porge un'impiegata dell'atc. Evidentemente vuole avere conferma delle reali intenzioni dell'Agenzia. La telefonata è lunghissima, presumiamo con il direttore amministrativo. Viste dall'alto, nello stesso scenario di auto in sosta e file di cassonetti dell'immondizia, sembrano ipiccole e innocue, come il gatto che attraversa il cortile, “che è più piccolo dei topi che lì sono di casa”, mi ha appena detto Roberta. Dietro il nostro striscione, che sventola come una bandiera, noi forse appariamo a loro meno innocui. Dopo un po salgono. Facciamo spazio. Attorno al tavolo della cucina ci siamo io e Michele seduti, Simon in piedi, l'ufficiale giudiziario seduto, le due impiegate dell'atc in piedi chiaramente estranee a quel sodalizio improvvisato. Egle è di la, con la mamma e i bambini.Non si parla delle vere cause di tutto questo. Il problema, per i funzionari del Comune e dell'atc è come far stare dentro ad una norma, ad un cavillo di legge, la negazione di un diritto. Per l'ufficiale giudiziario invece il problema è come eseguire lo sfratto, con l'intervento degli sbirri se occorre, avendo ottenuto dal comune uno straccio di tutela abitativa per la madre e i figli. Davvero uno scontro tra signori (si fa per dire) con i funzionari del comune più spregiudicati che mai, “lei esegua lo sfratto, noi interverremo a sfratto eseguito, bisogna evitare che ne approfittino.” Le frasi non giungono direttamente al nostro orecchio, le spilliamo dalle repliche compostissime dell'ufficiale giudiziario, solo alcuni battiti delle ciglia, più lunghi degli altri, tradiscono il suo disappunto. Questa nobile disputa per telefono dura più di un'ora, con pause che sono riempite dal nostro silenzio. Proviamo a darci conforto con gli sguardi. Qualche riflesso di umanità, qualche bagliore di indignazione, rendono lo scenario meno surrealeDall'altra parte dell'etere si consultano, ci sembra di capire, con i direttori. Per Simon e i suoi familiari, che ogni tanto fanno capolino dalla stanza in cui si sono chiusi, un'ora e più di dramma annunciato, una tortura. Finalmente, ma sono quasi le 14, l'ufficiale giudiziario ha la certezza di non poter disporre delle tutele richieste, l'atc ha fatto sapere di essere favorevole ad un rinvio, viene messo a verbale il rinvio, all'otto di settembre. La tensione si scioglie, l'ufficiale giudiziario ammette di non essersi mai trovato in questa situazione, si domanda perché mai si vuole accrescere il danno di una famiglia così bella e normale. Michele ha parole di stima per lui. Idris saluta e se ne va con i suoi, Simon ci offre un te, siamo tutti sfiniti, gli chiediamo di rimandare a domani la cortesia.

domenica 21 giugno 2009

LETTERA AL SINDACO



Signor Sindaco,
nel corso di due mesi circa si sono affacciate al nostro “sportello di segretariato sociale” molte famiglie assegnatarie atc di un alloggio cosiddetto di “parcheggio” (art.13 c.6 della LR 46/95). Tutte hanno documentato un invito a lasciare l'alloggio pena l'avvio di una procedura di sfratto, alcune hanno mostrato i documenti di una procedura di sfratto già avviata e già subiscono le penalizzazioni previste per gli “occupanti senza titolo” (canone pari al doppio dell'equo canone, art.19 e 30 della LR 46/95). Hanno ovviamente portato con se i sentimenti che accompagnano il pericolo di perdere l'abitazione, la minaccia alla integrità dei legami familiari, il rischio che sia compromessa una vicenda di difficile integrazione sociale.
Abbiamo ragione di ritenere che l'invito di cui si tratta sia pervenuto alla totalità degli assegnatari di un “alloggio parcheggio”, il che configura una situazione gravissima di per se perché, fino a prova contraria, riguarda famiglie, molte con minori, con redditi modesti o precari e dunque impossibilitate a frequentare il mercato privato delle locazioni.
In questa situazione risulta inoltre discutibilissimo il modo di operare dell'assessorato ai Servizi Sociali. In una situazione stranota di danno sociale diffuso (ci sembra inutile richiamare i dati), in cui i cittadini trovano difficoltà a soddisfare il loro bisogno abitativo e gli enti e le associazioni non possono loro malgrado tutelare il diritto all'abitare di tutti, gli interventi dell'assessorato ai Servizi Sociali in materia di abitazioni, dovrebbero sempre essere guidati dall'intenzione di ridurre il danno sociale, non accrescerlo, come a noi sembra di vedere.
Come sempre facciamo, quando persone/famiglie si affacciano al nostro sportello per raccontarci i loro problemi, muoviamo una nostra istruttoria delle condizioni sociali e abitative, compresa la ricostruzione di una storia minima di vita che dia il senso di quel che accade al di là delle circostanze.
Per quanto riguarda l'emergenza che ha dato luogo all'assegnazione e dunque alla sottoscrizione della convenzione di legge (art. 13 della LR 46/95), abbiamo potuto osservare, dal punto di vista di una associazione che tutela “interessi diffusi” (art.9 legge 241/90), la pressoché totale non trasparenza delle procedure. In particolare i rinnovi, le proroghe, le revoche della convenzione risultano atti agiti nella più completa discrezione, comprese le procedure di sfratto e i relativi rinvii. Regolare problemi di questo genere, con queste modalità, in una situazione sociale come quella presente, ci sembra davvero discutibile.
Vogliamo ricordare che le finalità della LR 46/95 ed in particolare le norme che riguardano l'emergenza abitativa, sono solidaristiche e di tutela del diritto all'abitare di tutti i cittadini, in particolare di quelli con condizioni sociali modeste. Questo significa, a nostro giudizio, che l'uso di questa convenzione non deve promuovere una astratta e dunque perniciosa mobilità degli inquilini (sembra essere questa l'intenzione dell'assessore ai Servizi Sociali), ma deve accompagnare in ogni momento un obiettivo esame della condizione sociale degli inquilini stessi. In parole povere, se la condizione sociale che ha giustificato l'uso della convenzione permane a distanza di uno o due anni (ed è una ipotesi assoltamente verosimile) la convenzione stessa deve essere rinnovata o i suoi termini prorogati (nero su bianco) oppure in altro modo si deve garantire il passaggio “da casa a casa”.
Facciamo osservare a questo proposito che la durata della convenzione, fino a due anni, prevista dal citato 13 della LR 46/95 , non è una scelta casuale del legislatore ma il proposito di mettere in relazione emergenza/normalità con la durata biennale dei bandi e dunque con la possibilità di certificare una “scadenza dei termini previsti da convenzioni per la permanenza in locali concessi a titolo temporaneo” (art.10 della legge regionale citata) condizione che, da sola, vale 4 punti di graduatoria.
In conclusione chiediamo:
  1. un incontro urgente con il Sindaco della città
  2. La sospensione di tutte le procedure di sfratto che colpiscono gli assegnatari di “alloggio parcheggio”
  3. l'esame trasparente (in una commissione responsabile) di ogni situazione caso per caso.
In quanto associazioni che tutelano “interessi diffusi”, restiamo ovviamente liberi di contrastare, con tutti i mezzi di cui disponiamo, procedure che riteniamo non trasparenti e azioni che riteniamo ingiuste e lesive del diritto di abitare di ogni cittadino.
Cordialmente
Portavoci:
Coordinamento Asti-Est, Carlo Sottil
Associazione Amal, Ait Yussef
Piam onlus, Alberto Mossino
Peter Pan, Piero Vercelli
Varie&Eventuali, Sara Caron
AISAP, associazione senegalesi, Seck Mamadou
Collettivo Sherwood, Francesco Olivero
Associazione A Sinistra, Giuseppe Vitello

DIRITTO ALL'ABITARE


Venerdì 12 giugno i movimenti per il diritto all’abitare e i comitati di quartiere, all’interno del percorso della carovana “città bene comune” hanno lanciato la legge di iniziativa popolare sul diritto all’abitare.
Una legge che parla di diritto alla casa ma anche di come realizzare una città a a misura di chi la vive, con verde, servizi pubblici e trasporto pubblico.

Questa legge si pone in netta contrapposizione al “pacchetto edilizio “ di berlusconi e alla logica di cementificazione che lo ispira.


La proposta di legge, che si compone di sedici articoli, non nasce negli assessorati o nelle commissioni di via della Pisana ma da una idea maturata dalla stessa carovana che, a sua volta, come in un incastro di scatole cinesi, lancia, nella sua stessa costituzione, una originale idea di autogoverno del territorio. Difatti, contemporaneamente, lancia anche una seconda legge popolare che riguarda la scabrosa questione dei rifiuti. La carovana nasce dall’incontro tra i comitati di quartiere e la miriade di associazioni che in questi anni si sono opposti allo strapotere della rendita dando vita alla «Rete del mutuo soccorso» e alla Rete dei movimenti per il diritto all’abitare composta da Action, Bpm, Coordinamento cittadino di lotta per la casa, Comitato obiettivo casa.

A questo primo nucleo, in occasione della preparazione della Conferenza urbanistica del 29 febbraio scorso, si sono aggiunti comitati, associazioni e cittadini incontrati nelle diverse tappe del viaggio che, peraltro, è cominciato molto tempo fa. Molti, infatti, hanno in comune l’opposizione alle politiche urbanistiche di Veltroni culminate nell’approvazione del Piano regolatore generale, nei primi mesi del 2008, che a loro giudizio ha prodotto un consumo insensato di territorio, ha peggiorato la qualità della vita cittadina e non ha dato risposte all’emergenza abitativa. L’attuale giunta Alemanno, aggredendo l’agro romano, continua nella stessa direzione, quella di costruire la città secondo i soli dettami della rendita. L’idea della legge d’iniziativa popolare nasce dalla convinzione che l’unica manovra urbanistica possibile sia ripristinare il ruolo pubblico nel programmare e risolvere l’emergenza abitativa e la vivibilità urbana.

Roma, la sua area metropolitana e i maggiori comuni del Lazio sono in emergenza abitativa: decine di migliaia di famiglie vivono in condizioni inaccettabili, in edifici impropri, in assistenza alloggiativa. Migliaia sono sottoposte a procedura di sfratto in corso. Un numero sempre maggiore vive in quartieri sempre più periferici e sempre più privi di servizi sociali. Eppure, in questi anni si è costruito moltissimo, agli stessi ritmi degli anni ‘80, nonostante la popolazione non sia sostanzialmente cresciuta. Ma si sono costruite solo case per il mercato privato ed è stata abbandonata l’edilizia sociale pubblica. Il recentissimo rapporto annuale Istat ha certificato che, a fronte della realizzazione di oltre 3 miliardi di metri cubi di edifici nel periodo 1995-2006, la percentuale di case pubbliche è stata dello 0,7 per cento. In Europa supera mediamente il 30 per cento. E, mentre gli altri paesi cercano di tornare alle politiche pubbliche, l’Italia sembra voler continuare le politiche di demolizione di qualsiasi regola. E le proposte del cosiddetto «Piano Casa» del governo Berlusconi servono solo a incrementare la rendita.

La legge di iniziativa popolare propone la realizzazione in sei anni di centomila alloggi pubblici. È un impegno oneroso per il quale viene previsto, nella proposta, lo stanziamento di circa 8 miliardi di euro. Inizia ora la raccolta delle firme necessarie per l’iter istituzionale di una proposta di legge di iniziativa popolare [va ricordato, peraltro, che il Lazio non si è ancora dotato di una legge ad hoc così come previsto dallo Statuto regionale] ma i promotori già sanno quale sarà la prima obiezione delle istituzioni: non ci sono i soldi. Per questo, propongono di dirottare in questa direzione quelli che dovrebbero venire investiti in opere inutili come l’autostrada Roma-Latina. La legge blocca, inoltre, la svendita del patrimonio pubblico in atto da anni «per risanare i conti pubblici». Per questo, si propone di adottare politiche di risparmi della spesa pubblica. Ma risolvere il problema della casa non basta più. Di fronte all’imponente fenomeno di espulsione da Roma di oltre centomila famiglie nel periodo 1991-2006, l’attuale situazione è che sempre più cittadini vivono in zone periferiche prive di servizi di qualità. Mentre Roma si spopola e in centro si chiudono i servizi per mancanza di popolazione, nella periferia metropolitana non c’è la città. Mancano scuole, servizi alle persone, perfino le opere di urbanizzazione.

La legge propone due parallele politiche: reintrodurre la residenza pubblica nella città esistenti così da rivitalizzarle con azioni di recupero del patrimonio pubblico dismesso o sotto utilizzato. E portare i servizi nelle periferie delle città. Si prevede un piano di realizzazione di servizi pubblici che consente a tutti i cittadini pari opportunità di accesso e punta a recuperare prioritariamente il costruito inutilizzato all’interno delle città così da non costringere molte famiglie a vivere in case senza città e a riempire di abitanti le parti di città ormai vuote per il grande esodo di questi anni. Il diritto all’abitare si completa con il diritto alla mobilità sostenibile: centinaia di migliaia di pendolari raggiungono il centro di Roma per motivi di lavoro impiegando tre ore al giorno per gli spostamenti. Anche in questo caso, occorre far entrare l’Italia in Europa: nessun quartiere potrà essere costruito se non esistono già linee di trasporto su ferro. Basta con i quartieri che nascono in ogni angolo della campagna e obbligano all’uso dell’automobile.

La legge, infine, tocca due ulteriori punti: la riconversione dell’immenso patrimonio edilizio costruito verso l’istallazione di tecnologie energetiche appropriate e le graduatorie di accesso. Il limite di reddito per l’accesso all’edilizia residenziale pubblica destinata all’assistenza abitativa, a partire dal primo bando successivo alla approvazione di questa legge sarà portato a 20 mila euro [la diminuzione prevista nell’art. 21 della L. 457/78 è determinata in 10 mila euro per ogni componente del nucleo familiare produttore di reddito, e in 6 mila per ogni ulteriore familiare a carico]. Infine, si impegna la Regione Lazio ad attuare la legge entro la definizione del passaggio di competenze, in materia edilizia, al Comune di Roma così come previsto dalla legge istitutiva di Roma Capitale.
Contro le logiche dell'edilizia privata e fai da te.
Per la difesa del territorio e dei beni comuni.
Per l'utilizzo degli alloggi vuoti e il recupero degli stabili abbandonati in città.
Per un Piano Straordinario di 100.000 nuove Case Popolari nel Lazio.
Promuovono:
Coordinamento cittadino di lotta per la casa - Blocchi Precari Metropolitani - Comitato Obiettivo Casa - Action - AS.I.A/RdbCub - Carovana "Città bene comune" - Rete Mutuo Soccorso
LEGGI E SCARICA LA LEGGE
Diritto all'abitare

giovedì 26 marzo 2009

BANDO ATC: RICHIESTA ALLA COMMISSIONE PREPOSTA ALLA GRADUATORIA


L'alloggio del signor K. M. presenta sulle pareti e sui soffitti vistose tracce di umidità non risolvibile”, vale a dire umidità ineliminabile con normali interventi manutentivi (quelli previsti dalla L. 457/1978, art. 31, 1°comma).
L'alloggio in questione dunque non ha tutti i requisiti igienico/sanitari necessari per garantire la salubrità dei ogni suo ambiente (DM 5/7/75, art. 4).
Per ragioni che qui non si ritiene opportuno precisare, la legge regionale 46/95 s.m.i., in difformità con quanto stabilito dal DPR 30 dicembre 1972, n.1035 e s.m.i, non comprende nella valutazione di “alloggio scadente” e della relativa attribuzione di punteggio (Art.3 “Definizioni”, comma g) l'assenza dei requisiti igienico/sanitari.
Si fa osservare d'altra parte che i “regolamenti di igiene”di tutti i Comuni, in conformità con lo stesso DM 30 dicembre 1972, n.1035, definiscono l'alloggio antigienico, e dunque “scadente”, quello “privo di servizi igienici o che presenti umidità permanente dovuta a capillarità, condensa o idroscopicità, ineliminabili con normali interventi manutentivi, da certificarsi dall'autorità competente” (DPR 30 dicembre 1972, n.1035 e s.m.i., art. 7, 1°comma, numero 4, lettera b).
Si fa ancora osservare che un alloggio “antigienico” può essere dichiarato, dall'autorità competente, inagibile (art. 4 del D.P.R. 22 aprile 1994 n.425) e, se di nuova costruzione, privato del “certificato di abitabilità”.
La questione, con tutte le sue incongruenze e i possibili danni per il cittadino che subisce condizioni abitative insostenibili, non è sfuggita alla Corte Costituzionale che, in una sentenza del luglio 2000, n°169, dichiara l’illegittimità della legge regionale dell'Umbria, in questo identica a quella Piemontese, nell'articolo che non prende in considerazione i requisiti igienico/sanitari per dettare gli elementi di un alloggio “scadente”.
In conclusione, si chiede alla Commissione un giudizio interpretativo e un supplemento di regola.

  FONDO DI RESISTENZA   con i pregiudicati della ex Mutua SOMMA VERSATA A TUTT'OGGI     7300 e...