mercoledì 7 settembre 2011

Un passo avanti e due indietro



La frequentazione dei tavoli attivati per fronteggiare l'emergenza abitativa non è stata finora molto incoraggiante. Intanto tre tavoli sono davvero troppi e segnalano una difficoltà di rapporti tra le istituzioni che andrebbe superata. Per cogliere tutta la gravità del problema sociale e per rappresentarne meglio i nessi con i contesti più ampi di quelli del comune capoluogo, sarebbe meglio averne uno, in capo al Prefetto. 

Poi c'è la modestia del risultato che smentisce l'intenzione di muovere la partecipazione e la responsabilità di tutti gli attori dei tavoli; tra i quali non mancano quelli accreditati di una buona esperienza. Siamo ancora alla formazione di una lista delle emergenze abitative perché non c'è chiarezza sui criteri con cui comporla e perché non si sa ancora quale uso ne verrà fatto. Ci sono evidentemente delle resistenze ad uscire da una situazione fortemente condizionata dai trascorsi della giunta e in particolare dell'assessorato ai Servizi Sociali. Quest'ultimo brilla per l'approssimazione degli approcci, un modo per non definire gli indirizzi da molti auspicati, la nostra associazione compresa.
Tali resistenze devono cadere al più presto. Questa è la condizione per confermare la presenza della nostra Associazione ai tavoli. La nostra associazione non viene da una discussione accademica e non ha compiti filantropici. Come è noto la nostra ultima campagna di difesa del diritto all'abitare ha avuto inizio nel giugno del 2009, con decine di contrasti degli sfratti e due occupazioni e le nostre azioni non sono mai state prive di argomenti o improvvisate anzi, la nostra pedagogia, essendo quella della responsabilità, della consapevolezza e della partecipazione, ha lasciato sempre aperta la porta del dialogo, con tutto quello che impone il dialogo quando è reale, cioè alla pari e senza pretese egemoniche.
Le nostre considerazioni cadono in una situazione tutt'altro che pacificata, con un bisogno abitativo sempre più insoddisfatto (sfratti, affollamento delle graduatorie atc), con una disponibilità di alloggi a canone sociale o popolari ancora residuale (la sequenza delle consegne di nuovi alloggi popolari al Comune è lì a dimostrarlo: 15 nel 2005, 0 nel 2006, 0 nel 2007, 18 nel 2008, 0 nel 2009, 0 nel 2010, siamo ad agosto del 2011 e i 108 annunciati si devono ancora vedere e non saranno disponibili tutti in una volta), e con degli interlocutori istituzionali che continuano a declinare il diritto alla casa come il dividendo futuro della pazienza odierna di centinaia di aspiranti assegnatari (molti più volte iscritti nelle graduatorie atc) e di centinaia di famiglie in difficoltà economica, tutti cittadini che si arrangiano come possono, tra filantropia, solidarietà familiare e amicale e condizioni abitative spesso insostenibili (coabitazioni, sovraffollamenti, abitazioni con parametri igienico/sanitari fuori norma). Quella pazienza non fa parte della nostra pedagogia, è bene dirlo, perché è il segno di una falsa coscienza della situazione sociale, una inconsapevolezza che fa il gioco di chi continua a speculare sul diritto alla casa.
In quanto agli strumenti pubblici e privati di prevenzione degli sfratti o di accompagnamento sociale ad una abitazione vorremmo che se ne facesse subito un bilancio, con la disponibilità di dati e di tendenze, perché è evidente, almeno a noi, l'utilità di poter disporre di più strumenti di contenimento dell'emergenza abitativa. Anche su questo tema ai tavoli siamo agli annunci e alle approssimazioni. Il centro di accoglienza provvisorio (c'è una convenzione tra Maina e Comune della durata di 6 mesi) ancora in allestimento, se non funziona come supporto di un progetto abitativo da casa a casa, serve solo per sbarazzarsi in modo “leggero” del problema. Dunque su questi tavoli c'è ancora troppo poco. Sintetizziamo di seguito il nostro punto di vista, in relazione a quello che ci dovrebbe essere, a nostro avviso, per fare un passo avanti.
Cominciamo dalle occupazioni. Persino un giudice ha riconosciuto “lo stato di necessità” delle famiglie che le hanno agite. Noi le chiamiamo “progetti di autogestione di un bene pubblico”, secondo la pedagogia di cui abbiamo detto più sopra e con il chiaro proposito di sottrarre quegli edifici alla speculazione immobiliare. Ci aspettiamo finalmente un atteggiamento positivo, vale a dire la rinuncia ad ogni atteggiamento punitivo (prerogativa dei soli giudici) verso le famiglie occupanti e proposte di uso sociale degli edifici. Noi le nostre proposte le abbiamo già fatte e per quanto riguarda le famiglie di via orfanotrofio ci aspettiamo, per ovvie ragioni, che sia riconosciuta la loro residenza lì (dopo nove mesi di occupazione e come è stato giustamente fatto in via Allende) e che si trovi una soluzione meno onerosa della presente di allacciamento delle utenze. Ci aspettiamo inoltre che sia confermato l'utile inserimento in graduatoria atc delle famiglie occupanti che hanno già avuto l'accesso al bando (ci è giunta la notizia aberrante della cancellazione dalla presente graduatoria atc di una famiglia perché “occupante” in via Orfanotrofio, ci auguriamo che non sia vera).
Per quanto riguarda la gestione delle emergenze, il loro censimento, le eventuali assegnazioni “fuori graduatoria” ci aspettiamo l'approvazione di una delibera fotocopia di quella votata recentemente nel comune di Biella. Vale a dire il riconoscimento puro e semplice di tutte le azioni di contenimento dell'emergenza che sono previste dalla nuova legge regionale, compreso il rispetto del principio di uguaglianza. Ci sembra assolutamente evidente che queste azioni di contenimento perdono tutto il loro valore e diventano l'ennesimo capitolo di una guerra tra poveri (che è già in atto) se non sono accompagnate da un aumento della disponibilità di nuovi alloggi. Senza questa disponibilità in tempi brevi, lo spirito solidaristico della legge sarebbe evidentemente tradito. Per questo insistiamo su un uso sociale degli edifici occupati.
A proposito di disponibilità di alloggi a canone sociale, non spetterebbe a noi indicare possibili utili provvedimenti nei confronti di chi (immobiliari e enti pubblici) possiede immobili vuoti da anni e di chi (immobiliari, banche, assicurazioni) continua ad edificare in città. L'elenco del vuoto andrebbe fatto, di quello pubblico e di quello privato. Noi abbiamo provato a farlo indicando alcuni edifici da manuale (ferrotel, via Bistolfi, strada al Fortino, via Allende, via Orfanotrofio).
Noi siamo una associazione di volontariato, iscritta all'albo regionale, che tutela “interessi diffusi”, null'altro. Abbiamo però gli occhi per vedere e la cultura per intendere. Il nostro suggerimento è che si smetta di trasformare le case in attività patrimoniali e in acqua per il mulino della finanza. Le convenzioni edilizie ed urbanistiche se si fanno, possono contenere clausole sociali. A meno che non si sposi la causa del “partito del mattone”, è davvero difficile non vedere quei monumenti all'ingiustizia e alla speculazione immobiliare che sono i grattacieli in costruzione alla ex saffa, con alloggi ad esclusivo appannaggio dei ceti medio/alti della città, e quello annunciato dalla trasformazione della torre dell'acquedotto in edificio residenziale di 13 piani (singolare che si parli di destinazione ad edilizia residenziale prima ancora di aver approvato la necessaria variante).

Coordinamento Asti-Est
Asti 07/09/11

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