sabato 18 gennaio 2014

LE RAGIONI INCONFESSATE DELL'ESTABLISHMENT

La nostra ostinazione nell'argomentare ciò che facciamo, è nota a tutti i nostri interlocutori. Inoltre per evitare ogni astrazione mettiamo a confronto i nostri argomenti con i bisogni, le speranze e i drammi, nonché i pregiudizi e la falsa coscienza, di chi si affaccia ai nostri sportelli di segretariato e poi, accettando la nostra pedagogia, ci accompagna. L'abbiamo chiamata pedagogia della partecipazione consapevole. E' per questo che le nostre “occupazioni” non sono bivacchi o l'esito di un malessere fuori controllo oppure azioni avventate di chi ignora il contesto. Sono invece progetti razionali e condivisi, assunzioni di responsabilità (comprese quelle che derivano dalla disobbedienza ai codici, abbiamo sei processi in corso), azioni pre/meditate e necessitate in un contesto dove i poteri dominanti si sono prodigati, nel corso di 20 anni, a negare diritti della persona e sociali. Questo è il tempo presente, queste sono le “occupazioni”, non altre. Basta un minimo di onestà intellettuale per riconoscerle.


Ecco perché non ci è piaciuta l'intervista rilasciata dall'assessore Vercelli alla Nuova Provincia (venerdì 10 gennaio). Troppe ambiguità, troppe omissioni.
L'assessore ha detto di aver fatto le “occupazioni”, ma solo simboliche. Che vuol dire simboliche, che sono finte, non condivisibili ? Chi di noi c'era assicura che si trattava di persone in carne ed ossa i cui bisogni di vita erano soffocati per ragioni di mercato, esattamente come adesso. Solo che adesso la crisi e le politiche dell'austerità hanno trasformato una emergenza (fenomeno di cui si può prevedere nonché controllare l'intensità e la fine) in una condizione sociale con cause strutturali, che permarrà fino a che quelle cause non saranno rimosse. Non a caso si parla di un salario che non c'è e di una disuguaglianza che si è fatta sempre più iniqua. Non a caso il movimento di lotta per la casa, dal 19 ottobre (la grande manifestazione di Roma) ha abbracciato il tema più ampio del diritto alla città e al territorio.
L'unica risposta possibile alla fame di case sarebbe l'housing sociale ? Basta leggere la descrizione che ne fa la Regione Lombardia nel suo sito web per avere qualche dubbio. Chi progetta sono le cooperative edilizie (ad Asti la Confcooperative), le fondazioni immobiliari ed altri soggetti che agiscono sul “mercato” della casa. I contratti di affitto sono quelli a canone calmierato della legge 431. I destinatari sono i cittadini con reddito medio basso. I canoni di locazione (Fonte: Elaborazioni Nomisma su Rassegna Progetti EIRE 2010), variano dai 308 euro/mese di Parma ai 600 euro/mese di Milano. Un fatto è certo, i destinatari dell'housing sociale non si trovano tra i 730 aspiranti assegnatari della graduatoria Atc, tra le 130 emergenze abitative censite dall'assessorato, tra i 50 occupanti, tra i molti cittadini sfrattati e sotto sfratto. Perché non dirlo ? Perché non ammettere che l'housing sociale, anche nella forma delle residenze temporanee o di ausilio agli accompagnamenti socio/sanitari, può avere un ruolo positivo solo a condizione che il bisogno abitativo sia in gran parte soddisfatto ?
E perché sorvolare sull'altro fatto incontrovertibile, vale a dire la residualità presente e storica della offerta di case popolari in Italia (5% del totale dell'edilizia residenziale a confronto di una media europea del 30%). Non cogliere il nesso evidentissimo (nella realtà e nella legislazione a tutela della proprietà di questi ultimi 20 anni) tra questa residualità e lo sviluppo di un mercato immobiliare, speculativo ed escludente, significa sminuirne gli effetti, escludere l'adozione di efficaci misure di contrasto (le requisizioni e gli espropri, ma anche progetti di auto-costruzione e di comodato d'uso). Questi effetti sono sotto gli occhi di tutti: decine di edifici vuoti da anni, come quello di salita al Fortino, migliaia di alloggi invenduti e sfitti e, in una paradossale unione, centinaia di persone/famiglie in cerca di casa. Veri e propri effetti de/costituenti, con una proprietà senza funzione sociale (art.42) o, peggio, protagonista di una attività economica in contrasto con l'utilità sociale (art. 43) e dunque lesiva della sicurezza, della libertà e della dignità umana.
Il cenno ai “centri sociali”, contenuto nell'intervista, non è solo ambiguo, è velenoso. Non è solo una questione di igiene lessicale, quella locuzione è usata in modo apodittico da tutti i commentatori che negano il valore sociale di quelle esperienze. Per questi commentatori, secondo l'intensità del loro riflesso d'ordine, i “centri sociali” sono covi di sovversivi, bivacchi di gentaglia, luoghi che proteggono l'illegalità purchessia e assecondano le devianze più pericolose. Nella migliore delle ipotesi, quella suggerita dall'assessore per lo spazio sociale della ex Mutua, turbano la quiete pubblica perciò non meritano alcun interesse, salvo quello dei vigili urbani, delle varie polizie, dei vigili del fuoco. Interesse peraltro più volte soddisfatto. L'ultima, con una ispezione, avvenuta il giorno 19, in tardissima serata, che ha interrotto una assemblea pubblica convocata per discutere proprio delle nefandezze del presente mercato immobiliare (vendita immobili Asl, porta del Monferrato, agrivillage).
Perché non accettare l'idea di uno spazio aperto alla città, in cui si auto-organizzano attività di convivio, educative, espressive, frequentato da chi ha comportamenti e culture “non conformi” alla cultura dominante e all'individualismo proprietario (adesso, nella crisi, possiamo aggiungere alla definizione di Pietro Barcellona l'attributo “irresponsabile”) ? In luoghi occupati di questo Paese (sono centinaia), sociologi, studiosi del diritto costituzionale, intellettuali non comprati da Caltagirone, precari e sfrattati, sperimentano percorsi e discorsi di una alternativa sociale e politica a cui noi modestamente con le nostre azioni crediamo di dare un contributo. Perché non riconoscerlo ?
Come è noto, anche le ambiguità e le omissioni danno senso ad un discorso. Non è difficile cogliere in quello dell'assessore l'intenzione di uniformarsi alle ragioni dell'establishment nostrano, della classe politica che siede in Consiglio Comunale, degli interessi che rappresenta, partito del mattone compreso. Fuori da quelle ragioni, sembra dire, c'è solo il temerario velleitarismo dell'associazione, il Coordinamento Asti-Est, che è stata anche la sua. Se è così, è un peccato. Certo non gli manca una nuova compagnia, dalla Commissione Europea in giù è tutta una unanimità. Perchè non ammetterlo ? Forse ne guadagnerebbe in concretezza anche il dialogo che dice di avere con noi.
Diamo però atto all'assessore di “fare tutto ciò che è possibile”. Ma gli opponiamo, per l'ennesima volta, che “tutto ciò che è possibile” non basta, se non si rompono le leggi, le strutture di potere, i vincoli di una sovranità che è tutta nelle mani dei grandi attori del capitale finanziario (consigliamo all'assessore la lettura dell'ultima fatica di quell'ottimo giornalista d'inchiesta che è Federico Rampini, “Banchieri, storie dal nuovo banditismo globale”).
Noi ci proviamo, con la fatica di un progetto sociale di solidarietà e cooperazione, con chi è senza reddito, senza casa, senza diritti e vuole riguadagnarsi un ruolo di cittadino, padrone del suo tempo e dei suoi migliori sentimenti.

Per il Coordinamento Asti-Est

Sottile Carlo, Clemente Michele

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