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giovedì 20 luglio 2017

CONTRORIFORMA

Lo sgombero violento (due furgoni blindati, 5 volanti, due mezzi dei vigili del fuoco, uno del 118, poliziotti e carabinieri in assetto antisommossa) di tre famiglie che occupavano da tre anni e mezzo altrettanti alloggi dello stabile di Salita al Fortino, ripropone nel peggiore dei modi la questione abitativa in città. Una questione, impropriamente definita emergenza, che si ripropone dal 2006 con inesauribili graduatorie per la casa popolare. Bisogna ricordare che, al momento della occupazione, lo stabile, di proprietà di una immobiliare con sede a Bra, era vuoto da tre anni. Inoltre, le otto famiglie occupanti, con una associazione, il Coordinamento Asti-Est, costituivano un soggetto sociale, in “movimento”, come in altre città, propositivo e dialogante.
Certo, le iniziative di apertura al quartiere e alla città e le proposte al Comune e agli enti pubblici affinché la questione abitativa uscisse dalla cronaca degli sfratti, degli scandali dell’Atc e della filantropia dell’Assessorato ai Servizi Sociali, scontavano la presunzione che gli interlocutori, sapessero distinguere tra ciò che è legale e ciò che è legittimo. 

domenica 5 marzo 2017

LA CITTÀ È DI CHI L’ABITA. CASA, REDDITO, DIGNITÀ.


L'idea di resuscitare il centrosinistra cittadino, per esorcizzare i fantasmi di una vittoria elettorale dei 5 stelle e della destra, mettendo insieme un ceto politico che va dagli agenti dei poteri forti, ai cascami del social/forum, passando per i se/dicenti comunisti e riformisti, è quanto di più contraddittorio e inverosimile si possa immaginare. Ciononostante i tentativi, qui come altrove, si sprecano, accompagnati da una sconfortante, per non dire inevitabile, sterilità di risultati. Tre o quattro leader che competono tra loro, chi agitando una sorta di galateo del buon politico, chi brandendo la propria personalità come una mazza, senza fornire agli elettori una qualsiasi proposta di governo, uno straccio di analisi, una agenda dei problemi da affrontare. D’altra parte, come potrebbero, continuando ad occultare i caratteri, e sopratutto i registi, di una crisi che non accenna a finire e di cui è vittima ormai una larga parte della popolazione ? Viene in mente la commedia di Fo e Rame “Tutti uniti ! Tutti insieme ! Ma scusa, quello non è il padrone ?”
Purtroppo non si tratta solo del profilo d’antan di questo o di quel leader, sul quale adesso gli interessati, operano gli opportuni ritocchi, con lo stesso disinvolto trasformismo dei loro referenti nazionali. Sono le politiche neo-liberiste e dell'austerità, che vanno rovesciate o almeno contrastate. E a ciò non servono mutamenti di scena tutti al presente e un agire che ignora la forza costituente di tali politiche. Il fatto da rimuovere, e con esso il ceto politico che ne è stato il protagonista, è che, nell’ultimo decennio, nei parlamenti nazionali e locali, le politiche neo-liberiste si sono fatte legislazione, vincolo, costume, dispositivo di assoggettamento. Cosicché oggi il mercato domina su ogni altra relazione sociale, la disuguaglianza mina qualsiasi sviluppo, la democrazia si è corrotta.

POLITICHE URBANISTICHE


Ho appena finito di leggere la lettera che Paolo Berdini ha inviato al “Fatto” (integralmente sul sito del Coordinamento Asi-Est: http://coordinamentoasti-est.blogspot.it/). L’assessore all’Urbanistica argomenta i provvedimenti presi, a sua firma, dalla giunta comunale di Roma. Alcuni si giustificano da sé, come la costruzione di 3000 alloggi popolari (la sottolineatura è mia), il ripristino delle regole per l’affidamento degli appalti pubblici, il finanziamento di piani di riqualificazione urbana di due periferie. Gli altri, i più discussi, sono provvedimenti oppositivi di progetti di trasformazione del territorio urbano, già certificati dalle giunte precedenti o semplicemente annunciati, ma non ancora arrivati alla fase esecutiva.
Un esame, sia pure sommario, di tali progetti è sufficiente per avere in totale trasparenza, sia il profilo dei committenti, sia le finalità perseguite. Si tratta, dalla parte dei committenti, del partito del mattone tra i più potenti del Paese. Una consorteria di costruttori, finanzieri, proprietari fondiari, politici e giornalisti di primo piano che, pur trovando nel corso dei decenni dei fieri antagonisti, i sindaci Petroselli e Argan per esempio, tiene tutt’ora in mano il diritto ad edificare la città. Si tratta, dalla parte delle finalità, di un agire predatorio, che non risparmia beni comuni e interessi pubblici.

lunedì 13 febbraio 2017

PALAZZINARI ED ALTRO


(di Paolo Berdini* – Il Fatto Quotidiano) – Caro direttore, da mercoledì scorso sono sottoposto a una criminosa macchina del fango che non riuscirà a scalfire di un millimetro una vita dedicata alla difesa della legalità e del bene comune. Una vita spesa in battaglie che rifarei non cento, ma mille volte, per rendere le nostre città più umane e giuste.
Oggi sono di fronte a un accanimento mediatico senza precedenti. E c’è un perché: la posta in gioco è alta e si chiama Stadio di Tor di Valle. Insieme a una complessiva azione di rientro nella legalità che la giunta Raggi, seppur tra incertezze e inadeguatezze, ha portato avanti finora.
1. Parto dalle incertezze e inadeguatezze che ho più volte pubblicamente denunciato. Nessuno di noi pensava di dover affrontare ostacoli così giganteschi. Eravamo stati messi sull’avviso da una breve, quanto incisiva, relazione del prefetto Tronca: assenza di regole nel governo del territorio, lavori pubblici milionari affidati impunemente a imprese amiche. Ma la realtà è stata superiore ad ogni previsione. Decine le deliberazioni avviate in precedenza e viziate da pesanti ombre e interrogativi.

giovedì 22 dicembre 2016

UN'ALTRA NARRAZIONE


Alcuni militanti del Coordinamento, incluso chi scrive, insieme a dodici famiglie sfrattate senza alternativa abitativa, hanno “occupato” nel lontano 2010, l’edificio della ex mutua di via Orfanotrofio. L'idea di fare un uso sociale di un edificio di proprietà pubblica, vuoto da quattro anni, è stata realizzata, scontando denunce e processi (ancora aperti), al prezzo di un rapporto mai risolto con i direttori dell’Asl e con i sindaci della città. Un rapporto che questi ultimi hanno sempre tento sull’orlo di una drammatizzazione. Un dispositivo di controllo, a ben vedere. Cosi sono venute le ordinanze di sgombero non eseguite ma brandite come una clava, le residenze prima negate poi concesse, l’accesso ai servizi sempre negoziato (in ultimo negato quello all’energia elettrica), la sistematica e strumentale confusione tra aspetti sociali e aspetti giudiziari della “occupazione”.

venerdì 18 novembre 2016

CHE FARE, PER DARE UNA RAGIONE ALL'INQUIETUDINE.



Va detto che nello scenario sociale e politico delle città medio-grandi, non c'è alcun segno che mostri un venir meno della cosiddetta “emergenza abitativa”. A prescindere dalle analisi degli osservatori e dei soggetti sociali coinvolti, a prescindere dalle potenzialità politiche del “movimento”, il report periodico del Ministero degli Interni nonché i dati forniti dalla locale Prefettura, mostrano che lo stillicidio degli sfratti per morosità non si è fermato ma continua, con variazioni di intensità, su tutto il territorio nazionale. Siamo dunque di fronte ad un bisogno abitativo sempre più insoddisfatto. Dunque il problema sociale in sé permane, semmai è diventato meno trasparente perché il malessere che lo accompagna, sempre più costretto nella dimensione privata, si risolve o si trasferisce lungo canali sociali al momento difficilmente esplorabili. Due sono le cause, come vedremo più da vicino, che hanno determinato questo stato di cose. La sterilità politica del “movimento” e le politiche filantropiche e di riduzione del danno, così estese e istituzionalizzate (enti pubblici e il cosiddetto privato-sociale) da funzionare, nei confronti della parte di popolazione “fuori mercato” (ma non per questo esclusa dalle pratiche predatore del capitale finanziario), come un dispositivo di assoggettamento. Non c'è dunque nulla di pacificato, soprattutto perché le cause strutturali dell'emergenza non sono rimosse e rimandano, come in un caleidoscopio, agli altri aspetti della presente “crisi”, ben radicati nelle contraddizioni del mercato e del capitale finanziario: la precarietà dei redditi e, nelle realtà urbane, un assetto della proprietà immobiliare incompatibile con l'esercizio dei più elementari diritti di cittadinanza. La realtà è sempre più quella riassunta nello slogan “famiglie senza casa e case senza famiglie”. Addosso a questa realtà urbana e in assenza di conflitti politicamente forti, si sviluppano altre pratiche mercantili, variamente localizzate e definite - la gentrificazione, la monocultura, i quartieri fortezza, il social housing - che orientano lo scenario urbano secondo le dinamiche del profitto e della rendita. Vale a dire, la città non è più di chi l'abita, non è più il luogo che accredita diritti e si riconosce in una comunità.

sabato 5 novembre 2016

CHI COMPRA CHI


Ancora una volta i giornali annunciano un possibile acquirente dell'edificio di via Orfanotrofio e ancora una volta la notizia è accompagnata dall'assoluto silenzio sulla presenza nello stesso edificio da dodici famiglie, che vi domiciliano da sei anni, dopo averlo “occupato” perché sfrattate senza alternativa abitativa.
Nel frattempo sono andate deserte due aste pubbliche, due sindaci hanno fatto pervenire una ordinanza di sgombero ciascuno, l'associazione che ha accompagnato le famiglie in questo percorso “fuori legge” ha aperto quell'edificio all'interesse della città. Così, decine di iniziative pubbliche condotte dal “collettivo della ex mutua” e dal Coordinamento Asti-Est hanno provato ad accreditare un progetto di recupero che tenesse insieme il diritto all'abitare delle famiglie “occupanti”, il proposito di sottrarre alla speculazione immobiliare un edificio di proprietà pubblica, l'idea di ricongiungere la storia dello stesso edificio alla “casa dei metallurgici” che era stato negli anni 20, prima che i fascisti decidessero di sottrarlo a quell'uso.
Tutte azioni che hanno mancato il loro scopo, non solo ignorate dagli enti pubblici, in primis l'Assessorato ai Servizi Sociali e la Questura, ma prese a pretesto per negare la legittimità della “occupazione”, contenerla nel recinto di una legalità senza principi, ridotta a puro riflesso d'ordine, impedire che le famiglie “occupanti” fossero riconosciute, attorno a quel progetto, un interlocutore collettivo, portatore di diritti di cittadinanza.