Molte
esperienze aggregative, ispirate ai valori e alle promesse della
Costituzione del 48, hanno attraversato questi spazi, talora
domiciliandovi. Non a caso. Qui
si
respira
una
storia di famiglia, di quelle che legano sentimentalmente le
generazioni. Il nome ben in vista sotto l’arcata di ingresso “Santa
Libera”, rimanda ad una vicenda
di
dissidenza comunista del 900, quando la dissidenza non era mai
l’impennata di qualche singolo, ma l’accreditarsi consapevole di
una comunità di “liberi ed eguali”, vale a dire l’accesso alla
Politica, quella della sovranità popolare. In quel caso, l’episodio
ha arricchito, con altri, un confronto politico sottotraccia, che è
giunto fino a noi ed ha alimentato la letteratura accademica e
militante che va sotto il titolo, la “Resistenza tradita”.
Una storia che è finita, diciamocelo. Come la grande storia del “secolo breve”, in cui è inclusa. Ma quella del secolo non è finita “a tavolino”, nel corso di un confronto più o meno aspro nei toni, bensì in un processo politico e sociale, aspro di conflitti, meno aspro nei compromessi e infine concluso con la vittoria, senza fare prigionieri, di chi ha sempre sostenuto le “ragioni” del capitale, che è quel particolare rapporto sociale, e storico, in cui vengono messi “a valore” il lavoro e adesso, se possibile, la vita biologica stessa.
Quella storia del secolo, nel 2006, anno di apertura della Casa del Popolo, era già agonizzante. Però, come tutte le storie vere, ha lasciato memoria di sé, rimpianti, ferite, conti aperti. Ha lasciato delle tracce e da quelle, nel ribollire dell’immanenza e delle infinite possibilità del reale, come direbbe Filippo, filosofo errante della Casa, ha ripreso un nuovo corso.